Dunque ieri sera il Don Giovanni al Teatro Libero, con Corrado d'Elia (una certezza) e una attrice che ho trovato bravissima, in uno splendido monologo sull'impossibilità di capire il comportamento di Don Giovanni, o forse il non voler capire "quell'irrigidirsi dello sguardo", e il chiedere piuttosto di inventare scuse per il suo comportamento pur di negare la realtà. E infine toccante l'ultima richiesta - infine inascoltata - di cambiare, di salvarsi. Bello spettacolo, anche se ho trovato più autentiche e riuscite altre rappresentazioni messe in scena da D'Elia (Cyrano e Novecento).
Mi trovo a pensare se non ci sia forse un principio comune nell'esperienza catartica del teatro e le tecniche orientali di superamento delle passioni. Pensieri che filano via leggeri, veloci. Che stamane c'è un'aria fresca, e il cielo è così terso che quasi non pare Milano.
E' tempo di:
- cambio degli armadi: ho rimando fino ad oggi, ma in data 24 maggio, con la bellezza di 35 gradi fuori e circa 38 in casa, cielo sereno e afa elevata, non posso più esimermi. Oggi mi tocca. Dopo un'ora di fatica nell'ordine sono riuscita a: creare sul letto una collinetta di vestiti invernali MAI utilizzati quest'inverno; riempire 2 borsoni di maglie da lavare; creare in corridoio 5 distinte montagnole di biancheria/magliettine/pantaloni da lavare; riempire mezza anta di armadio di indumenti da portare in lavanderia; sedermi esterefatta davanti a tanta roba domandandomi: "Com'è che non ho mai un accidente da mettermi??" Non ho la forza fisica e morale di proseguire...
- danza: inizia il "periodo caldo", non solo dal punto di vista meteorologico ma anche periodo caldo degli impegni di danza. Nel prossimo periodo per chi fosse di Milano, appassionato di danza orientale o semplicemente curioso di vedere uno spettacolo, capitasse inoltre per caso su questo blog, segnalo:
> 5 giugno serata al Godfather
> 14-15 giugno esibizioni all'interno dell'iniziativa Parco in Comune (Parco Sempione)
> 20 Giugno "Voglia di danza", spettacolo organizzato dal Circolo Zagharid presso il Teatro Leone XIII
> 10 luglio serata alla Maison Espana
E scusate se è poco...
- vacanze: è ora di prenotare. E quindi pare proprio che quest'anno sarà Giappone (sfidando un'umidità che pare essere a livelli imbarazzanti.... ). Curiosa, molto curiosa di vedere come è il Giappone....
E' tempo di..... tornare al lavoro... gli armadi mi aspettano 
Quando sei all’interno di un contesto, difficilmente riesci a raccontarlo: non hai l’obiettività, il distacco necessario per poterne parlare.
Così mi capita quando sono in viaggio, nei giorni di permanenza fuori casa non riesco ad andare oltre la pura cronaca, la descrizione del singolo dettaglio. Poi, una volta reinserita nel mio contesto abituale, le impressioni immagazzinate prendono vita tutte insieme nella mia mente: non è necessario neppure che io “pensi” a cosa voglio scrivere. Sono loro – le impressioni - che si fanno largo, si impongono e tirano fuori la voce.
Così anche le storie d’amore: non puoi parlarne finché ti scottano la pelle e i sensi. E’ soltanto dopo, quando ormai è spento l’incendio di rovi che aveva occupato il posto del cuore, che le emozioni assopite si sciolgono in storie da raccontare.
Così anche.
Attendo. Che l’anno passato diventi cometa di parole: ormai è tempo.
Girovagavo su internet, come mio solito, e ho trovato - quasi per caso - una loro foto. E devo ammetterlo, stanno bene insieme. Sono una gran bella coppia....

Già. Una gran bella coppia di cessi 
By the way.
A volte, sono gli altri a scegliere per noi. Magari fa male, ma poi bisogna ammetterlo: fanno la scelta giusta, mentre noi avremmo preso una cantonata colossale...
By the way.
Ho in corpo una vena di cinismo che ogni tanto vuol venire allo scoperto....
Se avessimo il fegato parlante, non avremmo bisogno degli Alcolisti Anonimi.
(C. Bukowski, Pulp)
La mente non potrà mai essere intelligente - solo la nonmente è intelligente. Solo la nonmente è originale ed è radicale. Solo la nonmente è rivoluzionaria - rivoluzione in azione.
Questa mente ti dà una sorta di intontimento. Appesantito dal peso dei ricordi del passato, gravato dalle proiezioni del futuro, vivi al minimo, non al massimo. La tua fiamma resta estremamente fioca.
Allorché inizi a lasciar cadere i pensieri - la polvere che hai raccolto in passato - la fiamma si anima, limpida, chiara, viva e giovane. Tutta la tua vita diventa una fiamma, e una fiamma priva di fumo. Questa è la coscienza.
cmq "sono" queste...

(mi riferisco alle sopracciglia... non alle occhiaie
)
Oggi girovagando in Mondadori mi soffermo davanti ai libri della sezione "informatica". Accanto ai vari "Web 2.0", "Social Networtking", ecc. è apparso un nuovo filone, il filone "Facebook".
Sfoglio abbastanza perplessa il primo libro su cui troneggia la scritta Facebok: è un manuale che definire per dummies è persino riduttivo... per filo e per segno spiega "come ritrovare i propri amici su Facebook"... meno male che lo spiegano....
Il secondo libro è un insieme di interviste a personaggi più o meno famosi, oggetto dell'intervista ovviamente il più trendy network sociale. Ma è il terzo libriccino ad attrarre la mia attenzione, così pieno com'è di aneddoti (verisimili anche se plausibilmente costruiti a bella posta) sull'utilizzo di Facebook. Sono tentata di acquistarlo, guardo il prezzo: solo € 10,00.... ma poi passo al reparto "libreria", acquisto un Vargas, un Queneau, un De Luca, e due autori a me sconosciuti (Geoff Dyer e la Bellocchio).
Compro anche un paio di riviste di viaggi, che non si sa mai, e rifletto che 10 euro saranno pur pochi, ma probabilmente non vale la pena di sprecarli in un libro scritto per vendere copie. Che poi se Facebook riesce a smuovere l'editoria italiana allora sì che ha diritto al titolo di fenomeno.
By the way, a fronte di ben 3 diversi libri su Facebook in Mondadori non ho trovato neanche un Bukowski....
Sopracciglia tatuate! Ma non la rigona scura che si vede lontano un miglio... è un trucco semi-permanente che sembra un riempimento a matita ... abbastanza leggero... un po' di malino ma pensavo peggio... più che altro un punzecchiamento... ora lascio riposare e sgonfiare e assestare e poi magari foto 
Stamattina al semaforo si avvicina una zingara con spazzola per lavare i vetri.
Io: "no no, lascia, non ho monete". Lei guarda un po' schifata il vetro anteriore (ci aveva defecato sopra pure un condor) e risponde: "Non importa, te lo lavo lo stesso".
Forse è il caso che domani vada a lavare la macchina 
La bellezza delle donne e dei bambini, il sorriso spensierato di questi ultimi, gli occhi a mandorla, l’odore di zuppe di verdura, l’inchinato Namaste, e le kata bianche offerte da mani gentili: tutto questo è il Nepal montano.
E andiamo, su strade di polvere e pietre, nel silenzio rotto dai nostri schiamazzi e dal soffio del vento che nel pomeriggio si leva; i giganti bianchi montano la guardia al passaggio, sorvegliando da lontano il loro territorio e stendendo lo sguardo propiziatore su aridi monti e altipiani di terriccio e roccia. Pochi arbusti, e a tratti: ma all’improvviso, dietro una curva si intravvede la distesa verde di Kagbeni.
E sono strade lastricate di sassi, su cui giocano bambini e razzolano galline e passano grandi mucche dal pelo lungo e ispido, e donne con la cesta sulla schiena e il grembiule, e poi ancora file di asini carichi di bagagli… L’aria è frizzante dietro il sole caldo, e la notte sorprende con il buio improvviso e un repentino freddo.
I piccoli chorten fanno capolino da dietro le case, o sbucano isolati dietro la curva del sentiero, mentre le bandiere colorate sventolano sui passi più alti, affidando al vento le loro pregherie.
E poi le case, tenere nella loro povertà dignitosa, che si incontrano in prossimità dei piccoli villaggi, con i vecchi telai in legno fuori dell’uscio, e le donne anziane a tessere sciarpe e cappelli che espongono all’occhio del passante, il turista che in questa stagione non è così frequente incontrare su queste strade.
E Jarkhot, quasi una fortezza là in alto, con il grande monastero rosso e le case digradanti e poi più sotto i campi. Sulle montagne è il Buddhismo ad essere maggiormente diffuso fra la gente, in questa terra dove seguaci di Buddha e Hinduisti convivono pacificamente, spesso incontrandosi nei medesimi luoghi, sacri ad entrambi, per professare in maniera diversa le loro fedi.
Come a Mukthinath, la città meta di pellegrini, sede del santuario più sacro, dove templi Hindu e Stupa Buddhista si accostano, sotto il benedicente ondeggiare delle onnipresenti bandierine di preghiere.
Qui l’aria è purificata non solo dall’altitudine ma anche da un senso di pace e sacralità che pervade tutto, e che ci abbandona piacevolmente seduti al sole a guardare, ascoltare, sentire con gli occhi e le orecchie del cuore, forse anche soltanto inspirare senza pensieri questi istanti che porteremo a lungo dentro di noi.
E scendendo dal santuario si arriva nel villaggio, raccolto intorno ad una grande piazza dove piccole bancarelle espongono collanine, braccialetti, sciarpe. Ragazzine trattano i prezzi e ridono con noi, apertamente, largamente, per offerte sdegnosamente respinte e cifre spavaldamente proposte. Tutto sembra autentico qui, persino la consapevolezza del falso, come l’argilla spacciata per osso di yak o i libri di preghiere prodotti in serie e venduti come antico cimelio.
Come già le rimpiango, quelle cene a base di zuppa acquosa e riso e patate bollite, e la doccia in comune sul ballatoio esterno, nell’aria frizzante di un tramonto a 3.800 metri d’altezza, e la stanza fredda e senza luce… ma poi ti svegliavi la mattina, scendevi a lavarti la faccia in cortile con l’acqua ghiacciata, levavi gli occhi verso le vette illuminate dal sole, e ringraziavi. Ringraziavi per quelle montagne, per quel sole, per quel thè caldo e quell’aria limpida, per Essere, e per quell’Esserci.
Poi siamo scesi, una lunga giornata di cammino, fino a tornare a Jomson, attraversando il letto dei Kali Gandhaki in secca e spazzato da raffiche di vento fortissime. Un ultimo sguardo a quelle montagne, il Macchapuchare che ci ha regalato di svelarsi a noi interamente su un cielo finalmente terso, e che ci saluta mentre a bordo di un piccolo aereo planiamo verso la valle di Pokhara.
La prima cosa sono i colori brillanti, e un frastuono indiavolato di clacson su strade zoppicanti: Kathmandu invade i sensi scompigliandoli tutti, mescolando la vista l’udito e l’olfatto, per donare nel gusto del coriandolo e delle spezie l’esatto sapore d’Oriente.
Camminare zigzagando fra auto, moto, motorini, che strombazzano schivandoti indifferentemente a destra o a sinistra, quasi incuranti del senso della guida, è un’esperienza frustrante che però rimpiango ora che sono tornata nell’ordine tranquillo delle mie strade disseminate di segnaletica.
I richiami degli ambulanti, che ti seguono mostrandoti questo o quel pezzo di chincaglieria che a casa rimpiangerò di non aver comprato, soltanto per portare con me quanto più possibile di quel mondo colorato e bizzarro. Ma sorridono, tutti, anche quelli che di denti in bocca ne hanno ormai pochi, e il loro sorriso è contagioso, loro che continuano a sorridere anche se non comperi niente.
E i bambini, che ti girano appresso chiedendo money, euro, e ti guardano con gli occhi ammaestrati dal turismo di massa: ma molto più belli i bambini egualmente cenciosi che ti rincorrono solo per chiedere italiano? con il volto attraversato da un arcobaleno di gioia e stupore, mentre fissano curiosi l’obiettivo della macchina fotografica.
E i cani, magri e riversi per la calura del giorno, o rassegnati nel grattarsi via le zecche, trotterellanti per le strade e nei cortili. Silenziosi ed esausti durante il giorno, latrano animati nel silenzio della notte fresca. Le scimmie si inseguono sugli alberi e sui gradini dei templi, ci guardano con quel loro sguardo imbronciato, fanno versacci e boccacce, e le fronde stormiscono al loro passaggio. Qualche rara mucca con lo sguardo fisso davanti a sè arranca frastornata nel traffico delle strade, o pascola placida lungo le rive melmose del Bagmati, fiume sacro per gli hindu e per gli occhi occidentali ricettacolo di germi e sporcizia.
E lungo il fiume il tempio più bello, quello il cui ingresso è negato ai profani, quel Pashupatinath che guardo da lontano, sospesa fra la meraviglia estatica davanti alle costruzioni e il violento odore che si leva dalle pire, dove più cadaveri stanno bruciando. E tutto intorno una folla di fedeli e di curiosi, di turisti e di devoti, di venditori ambulanti e di accattoni, di sedicenti santoni cosparsi di cenere o drappeggiati di arancione, che si nascondono dietro la mano o il tridente per non farsi fotografare, a meno di non pagare il pegno di qualche rupia. E più inquietante di tutti, una caricatura vivente del dio scimmia si aggira scuotendo una latta con poche monete.
La nostra “Piazza Castello” è una Durbar Square infinita, punteggiata di templi a pagoda, e colonne su cui troneggiano gli dei: Patan, Bakthapur, e Kathmandu racchiudono nel loro abbraccio sconnesso questo antico tesoro, e passeggiamo fra le bancarelle, i venditori di balsamo di tigre e le anziane donne che intrecciano collane di fiori e vendono ortaggi poggiati a terra su un vecchio lenzuolo.
Quelle donne che portano grandi anfore di metallo, e vanno a prendere l’acqua, circondate dai bambini; quelle donne che si lavano in un catino, davanti all’uscio di casa per permettere alla luce del giorno di rischiarare l’interno; quelle donne che vestono di sari colorati, sgargianti come un sorriso che rallegra la giornata. Rosso, rosa, azzurro, verde, giallo: i colori più intensi si stagliano sui mattoni e sulle facciate grigie delle case.
E qui e là andando per strada ti imbatti in un piccolo tempio, in mezzo a rifiuti e misere costruzioni c’è una pausa di devozione, un minuscolo altarino dove brucia l’incenso, dove polvere rossa è esposta al gesto devoto dei fedeli che vi intingono le dita per segnarsi la fronte.
Quanto più mi piace la calma e il silenzio intorno a uno stupa Buddhista, e fra tutti Bodnath, lo stupa più grande, quella cupola bianca che racchiude vecchie reliquie di chissà quale Lama: passeggiamo tre volte in senso orario intorno allo stupa, e giriamo i mulinelli delle preghiere fra i monaci vestiti di rosso.
E poi ancora colori: quelli sbiaditi delle bandiere coperte di preghiere, che sventolano dalla sommità degli stupa, e i colori smaltati delle marionette vendute sulle piazze, e poi i colori dipinti dei thanka, con tratti sottili definiti e l’oro che illumina i contorni del mandala.
Quando scende la sera, è una sera buia che assomiglia alla notte: non tutte le case hanno luce dal generatore, e la città si corica presto, tranquilla e silenziosa, mentre non più lo strombazzare di auto ferisce l’aria, e nè schiamazzi o altri suoni se non l’ululare dei cani.
Ti guardo ancora dall’alto, respiro quest’aria che sa di incenso e rifiuti invecchiati all’aperto: chiudo gli occhi e ti vedo, caleidoscopio di forme che si mescolano e si fondono, ed infine si spengono nella tenue luce di una candela quando la corrente è mancata.
Inspiriamo la vita come alberi, e ci specchiamo l'un l'altro.
Il Nepal è bellissimo, metto ordine nella valigia delle immagini raccolte, e poi ve lo racconto.