Questo week end ho compiuto il trasloco: la mia nuova casa è www.notedicolore.it dove sono stati trasferiti anche i vecchi post. E' quindi possibile continuare a commentarli lì.
Sto "arredando" il nuovo blog, che è comunque già accessibile e funzionante. Spero che veniate a trovarmi
Se mi avete fra i vostri bookmark, aggiornateli con il nuovo indirizzo!
Veniamo trattati per come ci lasciamo trattare.
Anni per arrivare a questa conclusione. Non si può dire che io sia rapida a recepire.
Sarà che da ragazzina ascoltavo prevalentemente Beethoven e Tchaikovsky. Sarà che quando ho iniziato ad ascoltare i cantanti contemporanei ho prediletto altri generi. Sarà questo o quello, ma la notizia letta ora del decesso di Michael Jackson non mi suona come fine di un’epoca.
Chissà perchè, il primo pensiero che mi rimbalza in mente - in realtà più un ricordo che un pensiero - è la morte di Freddie Mercury, un lontano giorno in cui andavo al liceo: l’ultimo anno di liceo per la precisione. Sarà che ricordo benissimo la lezione di inglese e il ragazzo che allora mi piaceva che entrando in classe chiedeva di non essere interrogato perché era in lutto. Curioso come la memoria vada a macchia di leopardo.
Comunque no, la musica di Michael Jackson non è mai stata la mia musica preferita.
E mentre leggo su corriere.it dell’infarto di Michael gli occhi mi scivolano su un altro articolo, quei temi della maturità dove hanno fatto la loro comparsa anche i social network. Eh già, perchè a corriere.it sono arrivata dopo aver letto su Facebook i rumors del decesso.
E quindi il cerchio si chiude. Da Facebook a Michael Jackson, alle prove di Maturità con quell’incredibile traccia sugli aggregatori di relazioni nella rete, e da lì all’anno della mia Maturità. Altro che memoria a macchia di leopardo, esiste come sempre nella vita un fil rouge, a saperlo seguire…
E intanto su Milano si abbatte uno di quei temporali che ai tempi del liceo arrivavano a fine agosto, e annunciavano la fine dell’estate. Ora no, ora annuncia solo una giornata un poco più fresca, domani.
Ci sto pensando. Troppo. Mi sa che lo faccio, e in fretta.
Cambio casa. Il fatto è che questa è una casa in affitto, il pied-a-terre dove mi sono sistemata in un anno sabbatico, ho appeso qualche quadro e disposto un po' di libri sulle mensole ... Ma non ho messo una targa con il mio nome e cognome. Ecco, questa è l'abitazione provvisoria, quella dove vengono a trovarti gli amici e dici "Non c'è il nome sul citofono, dammi uno squillo sul cell quando arrivi...."
Ecco, invece ora voglio questo: voglio mettere una targa che dica "Io sono qui, io sono questa".
E forse soprattutto il titolo, Pulizia Mentale, non mi identifica più. Rappresenta un momento molto buio in cui avevo bisogno di fare pulizia in me stessa, dissipare le nuvole di pensieri, liberarmi da tante auto-costrizioni. Non credo di aver risolto tutto, non credo di aver trovato la chiave per vivere serena, al centro e a contatto con la fonte come direbbero i saggi orientali... ma non è più quello il mio mood, non è più quella la mia ricerca, o il mio connotativo.
Ci sto pensando. E non poco.
L'unica verità è quello che senti.
Ed io che pensavo di essermi iscritta soltanto ad un corso di teatro... 
Dunque io vorrei capire perchè.
Pausa pranzo, esco e vado all’Esselunga. In coda alla cassa (coda piuttosto lunga, ahimè) mi soffermo a guardare gli espositori con le barrette sostitutive del pasto, e mi chiedo. Mi chiedo: “Ma perchè?”

Se il problema è il controllo del peso, non è forse meglio, non è forse più sano mangiare una bella insalata, della frutta, della verdura lessa… della bresaola…. del tonno…. un petto di pollo….. Non mi sembra così terribilmente difficile saper scegliere una alimentazione sana ed equilibrata…. tutt’altra cosa è effettivamente sceglierla (in me subentra il fattore golosità che mi allontana dalle scelte sane e mi spinge a scelte più goderecce…ma insomma, a livello di principi teorici mi è ben chiaro cosa dovrei e non dovrei mangiare...).
Se il problema è “la praticità”, è dunque più pratico sgranocchiare una barretta che mangiare un toast? E’ così calorico e insano mangiare un toast, da far preferire un rettangolo di cartone liofilizzato?
Non me ne vogliano gli utilizzatori di barrette, ma anzi, mi aiutino a capire il perchè (che io rischio di non dormirci la notte se non ho una risposta…. ).
Modestia: jamais couché avec. Carmelo Bene citato per mediazione. Forse invece dovrei impararla un po’ di modestia, un po’ di umiltà… sforzarmi almeno ogni tano. Forse dovrei. Ma se non sono la prima donna mi indispettisco. Troppo viziata da bambina, probabilmente.
Fino a qualche giorno fa per me Gabriel Garcia Marquez era il nome di uno dei più grandi scrittori dell’America Latina, del secolo scorso per lo meno. Un paio di suoi libri impolverati sulle mensole più alte: Cent’anni di solitudine (mai andata oltre la prima pagina) e L’amore ai tempi del colera (questo a dire il vero credo sia in qualche scatolone in cantina).
Poi compro Dell’amore e di altri demoni, inizio a leggerlo un paio di sere fa, non riesco a staccarmi dalle sue pagine. La magia che lo percorre mi avvolge e mi lega a sè. I personaggi triviali eppure fiabeschi, così carnali e al contempo poetici. Non so capacitarmi di non averlo scoperto prima.
Comunque c’è una storia dietro a L’amore ai tempi del colera. Avevo 23 anni, stavo scrivendo la tesi e passavo le mie giornate nell’archivio di Lucca. Un ragazzo mi “corteggiava” (chissà se ancora si dice così) con molta gentilezza. Io flirtavo senza alcun interesse, con molta stronzaggine (o con somma sventatezza).
Terminato il periodo di ricerche in archivio, ritorno ad Imperia. Lui mi scrive, dapprima per rinfacciarmi un atteggiamento non cristallino (leggasi da gatta morta). Poi un giorno mi arriva un vecchio libro, con una dedica, che diceva pressapoco: Mi hai chiesto il perchè del mio amore: leggi questo libro, capirai perchè.
Questo libro era ovviamente L’amore ai tempi del colera. Io non l’ho mai letto, un fondo di inquietudine mi ha sempre trattenuto dal farlo. Ma dopo Dell’amore e di altri demoni credo proprio che lo andrò a cercare (chissà in che scatolone è finito…).
Cosa c’entra tutto questo con la prima riflessione? Nulla. E pensare che il titolo di questo post originariamente era Tag e Metatag….
Il 15 giugno 2008 era una domenica.
Il 15 giugno 2008 si giocavano gli Europei, ma l’Italia era già fuori.
Il 15 giugno 2008 non faceva caldo come quest’anno, l’estate vera è arrivata un paio di settimane dopo.
Lo ricordo bene il 15 giugno 2008, per ragioni più o meno futili, per motivi più o meno importanti.
Il 15 giugno 2008 ho trascorso la giornata in casa. Leggevo, e girovagavo su Internet. Così, senza averlo premeditato, forse per noia forse per distrazione, ho aperto questo blog. Era un periodo molto triste per me, l’anno scorso, e forse ancora più lo sarebbero state le settimane successive, anche se a ripensarle ora, attraverso le lenti del ricordo sono tinte di rosa e arancione: color del tramonto, color di primavera inoltrata.
Scrivere non ha messo ordine, ha solo fatto un po’ di pulizia, che era il mio obiettivo principale nel momento in cui ho deciso di iniziare un percorso di auto-rigenerazione. Questo blog nasce da un discorso interrotto, un filo strappato che non aveva capo né coda, ed è diventato una lunga chiacchierata con me stessa.
E un supporto di memoria digitale: grazie a questo blog ho perso il meno possibile degli istanti di questo lungo anno. Lungo sì, perché tante sono le cose che ho fatto e che ho visto, tanto che mi sembra di aver vissuto quest’anno più di quanto avessi fatto in tanti anni passati. I miei viaggi , le mie poesie, i miei pensieri e le mie emozioni, gli spettacoli e le mostre che ho visto, quello che ho provato che ho sofferto e che ho apprezzato… in qualche modo è tutto registrato qui dentro, e leggere alcune frasi, alcune parole mi riporta con scottante nitidezza all’interno dei singoli istanti.
Quanti sorrisi ci sono in un anno? E quante lacrime? Quanto dolore, e quanta gioia? Quanti amici che mi hanno abbracciato, quanti consigli che mi sono stati dati e che ho dispensato, quanto….infinitamente quanto!
Canticchio Rien de rien. Edith Piaf, chissà come e chissà perchè mi è venuta in mente, non fa parte del mio usuale repertorio musicale. Non, rien de rien, je ne regrette rien… Chissà perchè e chissà come.
Questo post era già scritto nella mia testa ieri, nell’esatto anniversario, poi il lavoro, poi il rientro a casa a notte inoltrata… non ho fatto in tempo a tradurre in parole i miei pensieri, fissarli sui tasti e affidarli alla rete….
Così ecco, termino oggi, su un pensiero che forse è un po’ per me stessa, e certo anche un po’ perchè:
Mi chiedo come si possa continuare ad ascoltare De André senza aver imparato a chiedere Ciao, come stai… ma forse è troppo tempo ormai che non vendono più gazze parlanti….
Ieri sera, lezione di teatro:
Io: "Non sapevo quale era il limite"
Lei (cioè, l'insegnante): "Non ci sono limiti. Chi ti ha dato un limite?"
Io: "Beh, probabilmente io stessa"
Ecco. Story of my life.
Sai, pensavo. Fondamentalmente sono una spugna. E non lo dico perché mi piace bere, o forse non solo. Il fatto è che leggo, osservo, discuto, incamero…. rielaboro. E poi tutto torna fuori rilavorato da me.
Raccolgo pietre preziose e sassi grezzi: incamero tutto, affastello, impasto con un poco di sputo e polvere e voilà, ecco un castello da riciclo. Nelle mie parole risuonano echi di cose ascoltate, dimenticate e sepolte perché possano rivivere sotto forma diversa.
Sono una spugna immemore. O una plagiatrice inconsapevole. O la ruota di un mulino: gira, macina, tritura. Ma la farina che ne deriva è anche la tua.
Sai, pensavo. Lo sto dicendo un po’ troppo spesso ultimamente, non ti sembra?
Esiste un popolo senza religione?
Questa mia riflessione nasce da un matrimonio a cui ho partecipato sabato. Matrimonio cattolico, celebrato in Chiesa. Da tempo non frequento la Chiesa, avendo effettuato un repentino distacco dall’istituzione cattolica ormai anni e anni fa, e avendo poi maturato un progressivo avvicinamento all’ateismo.
Fa un certo effetto trovarsi sotto queste volte solenni, nell’odore di incenso misto a cera, l’aria fredda anche in giornate di pieno sole, gonfia dei sospiri polverosi di generazioni di fedeli. Agli occhi disincantati di un ateo, è una cerimonia che definirei a pieno titolo “arcaica”. L’ostensione dell’ostia (ma si dirà così poi, o è tautologico? cerco nella memoria parole che un tempo mi erano assai familiari….), il corpo e sangue simbolicamente assunti attraverso la Comunione… varchi una soglia di pietra e vieni catapultato indietro di secoli (e non dico millenni perché per me l’attuale Chiesa Cattolica è il prodotto della Controriforma e non dello spirito cristiano originario… ma questo è tutto un altro discorso….).
Comunque, dunque sabato sto assistendo alla cerimonia e penso. Penso che l’ateismo invece è un prodotto della cultura moderna. Penso che forse io non sono del tutto atea, perché mi piacerebbe che ci fosse qualcos’altro, una Entità da pregare. Penso che mi piacerebbe forse perché abbiamo bisogno di trovare qualcosa che trascenda noi stessi, perché a volte noi stessi non ci bastiamo…
Penso. Il negare una qualsiasi forma di trascendenza, il negare un qualche principio divino (di qualsiasi tipo) è uno stadio di pensiero molto raffinato. Esiste, è mai esistito un popolo, una cultura, una società senza religione? I popoli antichi adoravano gli animali, le piante, gli astri: uno spirito divino pervadeva la natura e il mondo stesso. Perché – se è vero che non esiste alcuno spirito divino – la negazione dello stesso è solo un prodotto tardo e culturalmente avanzato del pensiero? Ma cos’è il divino? E cosa ha spinto gli uomini di tutto il mondo, fin dall’età più primitiva, a cercare qualcosa di più grande, di più potente, al di fuori di sé?
Nel frattempo la Messa è quasi finita, ascolto le parole del Padre Nostro. Ecco, il Padre Nostro è la preghiera che potrei recitare, non è una preghiera cattolica, è una preghiera con una valenza universale. Non peraltro, è l’unica che troviamo nel Vangelo.
Usciamo nel sole, lanciamo il riso, soffiamo bolle di sapone. Ma le mie domande sono domande senza risposta.
Devo tenerlo a mente: mai ridursi all'ultimo giorno per visitare una mostra. Se poi la mostra in questione è di un certo rilievo, come quella dedicata al Futurismo nell'anno del centenario, forse davvero attendere il giorno di chiusura è stata una scelta sbagliata.
Comunque meglio tardi che mai e così fra frotte di gente ho gustato anch'io questa esposizione di opere che mi hanno nuovamente portato a riflettere sulla luce e la percezione della realtà attraverso di essa (vedi Riflessioni post mostra Seurat e impressionisti). I futuristi cercano di trascendere la materia (e la sua inerzia, potremmo aggiungere...) attraverso la luce e il movimento.
Luce per me è una parola chiave. Al tempo in cui vidi la mostra su Balla, e nulla sapevo allora dell'influenza divisionista sul futurismo, la cosa che più mi colpì fu proprio l'utilizzo della luce. Ma questa volta è il tratto di Boccioni a rimanermi più impresso, rotto e frammentato e contaminato dall'influsso cubista.
Ci sono alcune parole per me molto evocative: fra queste, ve ne sono alcune che ho letto durante la mostra: contaminazioni - fecondare - furioso. Lessico futurista, direi.
Futur-Balla. Sorrido. Che matacchioni questi futuristi....
Week end di votazioni. Pare che l'affluenza alle urne sia stata molto bassa, spero più per deliberata presa di posizione che per menefreghismo.
Da bambina non sono mai salita su una barca. Nè su una barca a vela, nè su uno dei gozzi che spesso vedevo cullati dal mare nel porto di Ineja. I gozzi hanno qualcosa di malinconico, col legno scrostato dal tempo, quasi dimenticati fra il vento e le onde.
Non sono mai salita su una barca, io che vivevo a mille passi dal mare. Su un aereo sì, la mia prima volta è stata a cinque anni. E pure su una nave da crociera, a sette anni. E anche su un traghetto, probabilmente assai prima, forse addirittura quando di anni ne avevo tre o quattro.
Ma barche mai. Ho dovuto prendere la residenza a Milano prima di salire su una di loro, ed è stato una decina di anni fa alle isole Eolie, sulle imbarcazioni dei pescatori che ci portavano da Lipari alle vicine Vulcano, Alicudi, Stromboli… E in Sardegna, e poi anche in Liguria, con gli amici milanesi che la barca la portavano più e meglio di una donna di mare quale io sarei.
Eppure qualche particella di spirito salmastro scorre nelle mie vene, se il rollio della barca mi placa e concilia il riposo, se l’andare accompagnando le pieghe del vento mi rallegra il cuore.
Questo week end, questo ponte del 2 giugno, per la prima volta sono stata in barca a vela, a Carloforte, con un tempo che non è stato dei più clementi e che mi ha donato solo un leggero colorito e non certo l’abbronzatura che ci si aspetterebbe da 4 giorni passati sul mare.
A Carloforte la gente parla un dialetto che sembra ligure, con le vocali strette strette e le consonanti sorde. La focaccia è quasi quella di Imperia, imbevuta d’olio e profumata. Il vino soltanto non è ligure, quello no: il vino è profumato, denso e forte come vino sardo.
Nel week end dedicato al Giro Tonno ho avuto anche occasione di vedere la tradizionale mattanza, meno cruenta di quanto temevo, però sufficiente a farmi nascere tristezza per quei poveri tonni che finiscono sulle nostre tavole. Molto meglio allora affettare un bel pezzo di pecorino, ed aspettare così – fra sorsate di birra e morsi di formaggio - la fine della giornata.
Dunque ieri sera il Don Giovanni al Teatro Libero, con Corrado d'Elia (una certezza) e una attrice che ho trovato bravissima, in uno splendido monologo sull'impossibilità di capire il comportamento di Don Giovanni, o forse il non voler capire "quell'irrigidirsi dello sguardo", e il chiedere piuttosto di inventare scuse per il suo comportamento pur di negare la realtà. E infine toccante l'ultima richiesta - infine inascoltata - di cambiare, di salvarsi. Bello spettacolo, anche se ho trovato più autentiche e riuscite altre rappresentazioni messe in scena da D'Elia (Cyrano e Novecento).
Mi trovo a pensare se non ci sia forse un principio comune nell'esperienza catartica del teatro e le tecniche orientali di superamento delle passioni. Pensieri che filano via leggeri, veloci. Che stamane c'è un'aria fresca, e il cielo è così terso che quasi non pare Milano.
E' tempo di:
- cambio degli armadi: ho rimando fino ad oggi, ma in data 24 maggio, con la bellezza di 35 gradi fuori e circa 38 in casa, cielo sereno e afa elevata, non posso più esimermi. Oggi mi tocca. Dopo un'ora di fatica nell'ordine sono riuscita a: creare sul letto una collinetta di vestiti invernali MAI utilizzati quest'inverno; riempire 2 borsoni di maglie da lavare; creare in corridoio 5 distinte montagnole di biancheria/magliettine/pantaloni da lavare; riempire mezza anta di armadio di indumenti da portare in lavanderia; sedermi esterefatta davanti a tanta roba domandandomi: "Com'è che non ho mai un accidente da mettermi??" Non ho la forza fisica e morale di proseguire...
- danza: inizia il "periodo caldo", non solo dal punto di vista meteorologico ma anche periodo caldo degli impegni di danza. Nel prossimo periodo per chi fosse di Milano, appassionato di danza orientale o semplicemente curioso di vedere uno spettacolo, capitasse inoltre per caso su questo blog, segnalo:
> 5 giugno serata al Godfather
> 14-15 giugno esibizioni all'interno dell'iniziativa Parco in Comune (Parco Sempione)
> 20 Giugno "Voglia di danza", spettacolo organizzato dal Circolo Zagharid presso il Teatro Leone XIII
> 10 luglio serata alla Maison Espana
E scusate se è poco...
- vacanze: è ora di prenotare. E quindi pare proprio che quest'anno sarà Giappone (sfidando un'umidità che pare essere a livelli imbarazzanti.... ). Curiosa, molto curiosa di vedere come è il Giappone....
E' tempo di..... tornare al lavoro... gli armadi mi aspettano 
Quando sei all’interno di un contesto, difficilmente riesci a raccontarlo: non hai l’obiettività, il distacco necessario per poterne parlare.
Così mi capita quando sono in viaggio, nei giorni di permanenza fuori casa non riesco ad andare oltre la pura cronaca, la descrizione del singolo dettaglio. Poi, una volta reinserita nel mio contesto abituale, le impressioni immagazzinate prendono vita tutte insieme nella mia mente: non è necessario neppure che io “pensi” a cosa voglio scrivere. Sono loro – le impressioni - che si fanno largo, si impongono e tirano fuori la voce.
Così anche le storie d’amore: non puoi parlarne finché ti scottano la pelle e i sensi. E’ soltanto dopo, quando ormai è spento l’incendio di rovi che aveva occupato il posto del cuore, che le emozioni assopite si sciolgono in storie da raccontare.
Così anche.
Attendo. Che l’anno passato diventi cometa di parole: ormai è tempo.
Girovagavo su internet, come mio solito, e ho trovato - quasi per caso - una loro foto. E devo ammetterlo, stanno bene insieme. Sono una gran bella coppia....

Già. Una gran bella coppia di cessi 
By the way.
A volte, sono gli altri a scegliere per noi. Magari fa male, ma poi bisogna ammetterlo: fanno la scelta giusta, mentre noi avremmo preso una cantonata colossale...
By the way.
Ho in corpo una vena di cinismo che ogni tanto vuol venire allo scoperto....
Se avessimo il fegato parlante, non avremmo bisogno degli Alcolisti Anonimi.
(C. Bukowski, Pulp)
La mente non potrà mai essere intelligente - solo la nonmente è intelligente. Solo la nonmente è originale ed è radicale. Solo la nonmente è rivoluzionaria - rivoluzione in azione.
Questa mente ti dà una sorta di intontimento. Appesantito dal peso dei ricordi del passato, gravato dalle proiezioni del futuro, vivi al minimo, non al massimo. La tua fiamma resta estremamente fioca.
Allorché inizi a lasciar cadere i pensieri - la polvere che hai raccolto in passato - la fiamma si anima, limpida, chiara, viva e giovane. Tutta la tua vita diventa una fiamma, e una fiamma priva di fumo. Questa è la coscienza.
cmq "sono" queste...

(mi riferisco alle sopracciglia... non alle occhiaie
)
Oggi girovagando in Mondadori mi soffermo davanti ai libri della sezione "informatica". Accanto ai vari "Web 2.0", "Social Networtking", ecc. è apparso un nuovo filone, il filone "Facebook".
Sfoglio abbastanza perplessa il primo libro su cui troneggia la scritta Facebok: è un manuale che definire per dummies è persino riduttivo... per filo e per segno spiega "come ritrovare i propri amici su Facebook"... meno male che lo spiegano....
Il secondo libro è un insieme di interviste a personaggi più o meno famosi, oggetto dell'intervista ovviamente il più trendy network sociale. Ma è il terzo libriccino ad attrarre la mia attenzione, così pieno com'è di aneddoti (verisimili anche se plausibilmente costruiti a bella posta) sull'utilizzo di Facebook. Sono tentata di acquistarlo, guardo il prezzo: solo € 10,00.... ma poi passo al reparto "libreria", acquisto un Vargas, un Queneau, un De Luca, e due autori a me sconosciuti (Geoff Dyer e la Bellocchio).
Compro anche un paio di riviste di viaggi, che non si sa mai, e rifletto che 10 euro saranno pur pochi, ma probabilmente non vale la pena di sprecarli in un libro scritto per vendere copie. Che poi se Facebook riesce a smuovere l'editoria italiana allora sì che ha diritto al titolo di fenomeno.
By the way, a fronte di ben 3 diversi libri su Facebook in Mondadori non ho trovato neanche un Bukowski....
Sopracciglia tatuate! Ma non la rigona scura che si vede lontano un miglio... è un trucco semi-permanente che sembra un riempimento a matita ... abbastanza leggero... un po' di malino ma pensavo peggio... più che altro un punzecchiamento... ora lascio riposare e sgonfiare e assestare e poi magari foto 
Stamattina al semaforo si avvicina una zingara con spazzola per lavare i vetri.
Io: "no no, lascia, non ho monete". Lei guarda un po' schifata il vetro anteriore (ci aveva defecato sopra pure un condor) e risponde: "Non importa, te lo lavo lo stesso".
Forse è il caso che domani vada a lavare la macchina 
La bellezza delle donne e dei bambini, il sorriso spensierato di questi ultimi, gli occhi a mandorla, l’odore di zuppe di verdura, l’inchinato Namaste, e le kata bianche offerte da mani gentili: tutto questo è il Nepal montano.
E andiamo, su strade di polvere e pietre, nel silenzio rotto dai nostri schiamazzi e dal soffio del vento che nel pomeriggio si leva; i giganti bianchi montano la guardia al passaggio, sorvegliando da lontano il loro territorio e stendendo lo sguardo propiziatore su aridi monti e altipiani di terriccio e roccia. Pochi arbusti, e a tratti: ma all’improvviso, dietro una curva si intravvede la distesa verde di Kagbeni.
E sono strade lastricate di sassi, su cui giocano bambini e razzolano galline e passano grandi mucche dal pelo lungo e ispido, e donne con la cesta sulla schiena e il grembiule, e poi ancora file di asini carichi di bagagli… L’aria è frizzante dietro il sole caldo, e la notte sorprende con il buio improvviso e un repentino freddo.
I piccoli chorten fanno capolino da dietro le case, o sbucano isolati dietro la curva del sentiero, mentre le bandiere colorate sventolano sui passi più alti, affidando al vento le loro pregherie.
E poi le case, tenere nella loro povertà dignitosa, che si incontrano in prossimità dei piccoli villaggi, con i vecchi telai in legno fuori dell’uscio, e le donne anziane a tessere sciarpe e cappelli che espongono all’occhio del passante, il turista che in questa stagione non è così frequente incontrare su queste strade.
E Jarkhot, quasi una fortezza là in alto, con il grande monastero rosso e le case digradanti e poi più sotto i campi. Sulle montagne è il Buddhismo ad essere maggiormente diffuso fra la gente, in questa terra dove seguaci di Buddha e Hinduisti convivono pacificamente, spesso incontrandosi nei medesimi luoghi, sacri ad entrambi, per professare in maniera diversa le loro fedi.
Come a Mukthinath, la città meta di pellegrini, sede del santuario più sacro, dove templi Hindu e Stupa Buddhista si accostano, sotto il benedicente ondeggiare delle onnipresenti bandierine di preghiere.
Qui l’aria è purificata non solo dall’altitudine ma anche da un senso di pace e sacralità che pervade tutto, e che ci abbandona piacevolmente seduti al sole a guardare, ascoltare, sentire con gli occhi e le orecchie del cuore, forse anche soltanto inspirare senza pensieri questi istanti che porteremo a lungo dentro di noi.
E scendendo dal santuario si arriva nel villaggio, raccolto intorno ad una grande piazza dove piccole bancarelle espongono collanine, braccialetti, sciarpe. Ragazzine trattano i prezzi e ridono con noi, apertamente, largamente, per offerte sdegnosamente respinte e cifre spavaldamente proposte. Tutto sembra autentico qui, persino la consapevolezza del falso, come l’argilla spacciata per osso di yak o i libri di preghiere prodotti in serie e venduti come antico cimelio.
Come già le rimpiango, quelle cene a base di zuppa acquosa e riso e patate bollite, e la doccia in comune sul ballatoio esterno, nell’aria frizzante di un tramonto a 3.800 metri d’altezza, e la stanza fredda e senza luce… ma poi ti svegliavi la mattina, scendevi a lavarti la faccia in cortile con l’acqua ghiacciata, levavi gli occhi verso le vette illuminate dal sole, e ringraziavi. Ringraziavi per quelle montagne, per quel sole, per quel thè caldo e quell’aria limpida, per Essere, e per quell’Esserci.
Poi siamo scesi, una lunga giornata di cammino, fino a tornare a Jomson, attraversando il letto dei Kali Gandhaki in secca e spazzato da raffiche di vento fortissime. Un ultimo sguardo a quelle montagne, il Macchapuchare che ci ha regalato di svelarsi a noi interamente su un cielo finalmente terso, e che ci saluta mentre a bordo di un piccolo aereo planiamo verso la valle di Pokhara.
La prima cosa sono i colori brillanti, e un frastuono indiavolato di clacson su strade zoppicanti: Kathmandu invade i sensi scompigliandoli tutti, mescolando la vista l’udito e l’olfatto, per donare nel gusto del coriandolo e delle spezie l’esatto sapore d’Oriente.
Camminare zigzagando fra auto, moto, motorini, che strombazzano schivandoti indifferentemente a destra o a sinistra, quasi incuranti del senso della guida, è un’esperienza frustrante che però rimpiango ora che sono tornata nell’ordine tranquillo delle mie strade disseminate di segnaletica.
I richiami degli ambulanti, che ti seguono mostrandoti questo o quel pezzo di chincaglieria che a casa rimpiangerò di non aver comprato, soltanto per portare con me quanto più possibile di quel mondo colorato e bizzarro. Ma sorridono, tutti, anche quelli che di denti in bocca ne hanno ormai pochi, e il loro sorriso è contagioso, loro che continuano a sorridere anche se non comperi niente.
E i bambini, che ti girano appresso chiedendo money, euro, e ti guardano con gli occhi ammaestrati dal turismo di massa: ma molto più belli i bambini egualmente cenciosi che ti rincorrono solo per chiedere italiano? con il volto attraversato da un arcobaleno di gioia e stupore, mentre fissano curiosi l’obiettivo della macchina fotografica.
E i cani, magri e riversi per la calura del giorno, o rassegnati nel grattarsi via le zecche, trotterellanti per le strade e nei cortili. Silenziosi ed esausti durante il giorno, latrano animati nel silenzio della notte fresca. Le scimmie si inseguono sugli alberi e sui gradini dei templi, ci guardano con quel loro sguardo imbronciato, fanno versacci e boccacce, e le fronde stormiscono al loro passaggio. Qualche rara mucca con lo sguardo fisso davanti a sè arranca frastornata nel traffico delle strade, o pascola placida lungo le rive melmose del Bagmati, fiume sacro per gli hindu e per gli occhi occidentali ricettacolo di germi e sporcizia.
E lungo il fiume il tempio più bello, quello il cui ingresso è negato ai profani, quel Pashupatinath che guardo da lontano, sospesa fra la meraviglia estatica davanti alle costruzioni e il violento odore che si leva dalle pire, dove più cadaveri stanno bruciando. E tutto intorno una folla di fedeli e di curiosi, di turisti e di devoti, di venditori ambulanti e di accattoni, di sedicenti santoni cosparsi di cenere o drappeggiati di arancione, che si nascondono dietro la mano o il tridente per non farsi fotografare, a meno di non pagare il pegno di qualche rupia. E più inquietante di tutti, una caricatura vivente del dio scimmia si aggira scuotendo una latta con poche monete.
La nostra “Piazza Castello” è una Durbar Square infinita, punteggiata di templi a pagoda, e colonne su cui troneggiano gli dei: Patan, Bakthapur, e Kathmandu racchiudono nel loro abbraccio sconnesso questo antico tesoro, e passeggiamo fra le bancarelle, i venditori di balsamo di tigre e le anziane donne che intrecciano collane di fiori e vendono ortaggi poggiati a terra su un vecchio lenzuolo.
Quelle donne che portano grandi anfore di metallo, e vanno a prendere l’acqua, circondate dai bambini; quelle donne che si lavano in un catino, davanti all’uscio di casa per permettere alla luce del giorno di rischiarare l’interno; quelle donne che vestono di sari colorati, sgargianti come un sorriso che rallegra la giornata. Rosso, rosa, azzurro, verde, giallo: i colori più intensi si stagliano sui mattoni e sulle facciate grigie delle case.
E qui e là andando per strada ti imbatti in un piccolo tempio, in mezzo a rifiuti e misere costruzioni c’è una pausa di devozione, un minuscolo altarino dove brucia l’incenso, dove polvere rossa è esposta al gesto devoto dei fedeli che vi intingono le dita per segnarsi la fronte.
Quanto più mi piace la calma e il silenzio intorno a uno stupa Buddhista, e fra tutti Bodnath, lo stupa più grande, quella cupola bianca che racchiude vecchie reliquie di chissà quale Lama: passeggiamo tre volte in senso orario intorno allo stupa, e giriamo i mulinelli delle preghiere fra i monaci vestiti di rosso.
E poi ancora colori: quelli sbiaditi delle bandiere coperte di preghiere, che sventolano dalla sommità degli stupa, e i colori smaltati delle marionette vendute sulle piazze, e poi i colori dipinti dei thanka, con tratti sottili definiti e l’oro che illumina i contorni del mandala.
Quando scende la sera, è una sera buia che assomiglia alla notte: non tutte le case hanno luce dal generatore, e la città si corica presto, tranquilla e silenziosa, mentre non più lo strombazzare di auto ferisce l’aria, e nè schiamazzi o altri suoni se non l’ululare dei cani.
Ti guardo ancora dall’alto, respiro quest’aria che sa di incenso e rifiuti invecchiati all’aperto: chiudo gli occhi e ti vedo, caleidoscopio di forme che si mescolano e si fondono, ed infine si spengono nella tenue luce di una candela quando la corrente è mancata.
Inspiriamo la vita come alberi, e ci specchiamo l'un l'altro.
Il Nepal è bellissimo, metto ordine nella valigia delle immagini raccolte, e poi ve lo racconto.
Amor vincit omnia
Potrebbe essere il mio primo tatuaggio. Non ne sono ancora così sicura. E non so dove.... non precisamente insomma. Ci penserò fino all'autunno ... così vediamo se mi passa la voglia o se rimango ferma su questa intenzione.
Nel frattempo mi tatuo le sopracciglia. Quelle sì.
Ho focalizzato cosa non mi convince ne La strega di Portobello: Coelho dice cose che mi piacciono, ma immerse in una retorica che mi urta. Come dire, terrei il succo ma butterei la scorza. O anche, lo riscriverei in tutt’altro modo. Comunque non ho ancora terminato di leggerlo… posso lasciare aperta una possibilità, che si salvi nel finale… o che naufraghi clamorosamente.
Una frase letta durante la mostra di Magritte non mi abbandona: i titoli non sono descrizioni dei quadri…. L’ho fatta mia e generalizzata in I titoli non sono descrizioni. Neppure di un post.
So che. E’ la vita che scorre, non le spiegazioni che occorrono.